Fuga dei cervelli all’estero 2026

Fuga dei cervelli, record di 6,4 milioni di italiani all’estero: oltre la metà è laureata

Non è più una parentesi temporanea o un’emergenza del momento. L’emigrazione dall’Italia è ormai un fenomeno fisso che sta cambiando la mappa demografica ed economica del Paese. Secondo i dati aggiornati dell’Anagrafe degli Italiani Residenti all’Estero (AIRE), i cittadini registrati oltreconfine hanno raggiunto la quota record di 6.412.752, l’equivalente del 12% della popolazione nazionale. A fare le valigie sono soprattutto giovani con un alto livello di istruzione, in cerca di stipendi adeguati e tutele che il mercato italiano stenta a offrire.

I numeri delle partenze: raddoppiati i residenti all’estero

Negli ultimi vent’anni il flusso non ha smesso di crescere. Tra il 2006 e il 2025 gli italiani stabili all’estero sono più che raddoppiati, passando da 3,1 a 6,4 milioni. Un esodo che non conosce soste e che, anno dopo anno, ridisegna la geografia demografica del Paese.

I dati più recenti confermano che il fenomeno degli italiani in fuga non accenna a fermarsi: al 31 dicembre 2025 gli italiani residenti all’estero sono 6 milioni 604mila, in crescita del 2,8% rispetto all’anno precedente. Un aumento più contenuto rispetto al +4,6% del 2024, ma che conferma una tendenza strutturale. La crescita riguarda sia gli uomini (3.406.000) sia le donne (3.197.000).
Nell’ultimo anno monitorato le partenze ufficiali sono state 278.000.
Il leggero calo delle nuove iscrizioni annuali (109mila contro le 141mila dell’anno prima) non indica un’inversione di marcia, ma si spiega con l’esaurimento dei controlli formali e delle sanatorie burocratiche sui registri AIRE.
Nel 2025 gli espatri sono stati 109mila, il 22,7% in meno rispetto al 2024. Questo calo va letto con cautela: nel 2024 si era registrato un numero eccezionale di iscrizioni all’AIRE a causa dell’introduzione di norme più stringenti sulla cittadinanza, che avevano concentrato le registrazioni in quell’anno. Il confronto con il 2025 risente quindi di questo effetto statistico.

Il rallentamento del 2025 e l’effetto normativo

Il ritmo di crescita è in rallentamento anche per altri due fattori. Il primo è il calo delle nascite: nel 2025 sono state registrate 16mila nascite da genitori italiani all’estero, contro le 26mila del 2024 (-37,1%). Il secondo è la nuova normativa sulla cittadinanza, entrata in vigore nel 2025, che ha ristretto la trasmissione automatica della cittadinanza italiana per discendenza (iure sanguinis), con effetti particolarmente marcati in Brasile (-66,6% di nascite) e Argentina (-55,8%).

I rimpatri, pari a circa 56mila, sono diminuiti del 3,4%. Il saldo migratorio resta positivo per gli italiani all’estero: circa 53mila unità in più, quasi 30mila in meno rispetto al 2024.

L’emorragia di competenze e laureati

La fotografia di chi parte mostra una perdita costante di personale qualificato. Il profilo di chi lascia l’Italia evidenzia una costante perdita di risorse qualificate:

– 31,8%
degli espatriati possiede una laurea o un dottorato di ricerca;
– 36,1% ha conseguito un diploma di scuola superiore;
– Dal 2020 la percentuale di laureati tra gli emigrati supera stabilmente la soglia del 50%.

Tra il 2019 e il 2024 l’Italia ha perso 78.000 giovani laureati (fascia 25-34 anni). Per il solo Sud Italia la perdita economica legata alla formazione di questo capitale umano supera i 4 miliardi di euro.

Il fenomeno degli italiani in fuga non riguarda solo i numeri complessivi, ma soprattutto la perdita di talenti qualificati. Secondo lo studio TEHA Group “Comprendere e contrastare il fenomeno della perdita dei talenti: la Roadmap per l’Italia”, nel 2024 oltre 141mila italiani hanno trasferito la propria residenza all’estero: circa 45mila (32%) avevano almeno una laurea. Negli ultimi dieci anni, l’Italia ha perso più di 300mila cittadini qualificati, con un costo stimato per lo Stato di 7,2 miliardi di euro l’anno, che sale a 10,7-11,4 miliardi considerando anche il valore aggiunto potenziale non generato.

Le ragioni della partenza vanno oltre la ricerca di retribuzioni più alte: pesano la mancanza di prospettive di carriera, la rigidità burocratica e la scarsa valorizzazione della meritocrazia.

La nota del Centro Studi: «Un’emergenza che taglia la crescita»

«I dati pubblicati evidenziano un impoverimento di capitale umano senza precedenti. L’Italia forma a proprie spese medici, ingegneri e ricercatori per poi lasciarli in dono alle economie estere.
Non parliamo di semplice mobilità, ma di un’uscita a senso unico dettata da un gap salariale d’ingresso che vede i nostri neo-laureati guadagnare fino al 60% in meno rispetto ai colleghi in Germania, Svizzera o Regno Unito».

Secondo il report, senza un piano di defiscalizzazione per i giovani e investimenti seri in ricerca e sviluppo, il rischio è quello di un punto di non ritorno per la tenuta economica del Paese.

Le principali destinazioni: l’Europa assorbe il 76% dei flussi

Sul fronte di chi decide di partire, il continente europeo rimane la meta preferita. L’Europa continua ad assorbire il 76% dei flussi di espatrio. La classifica delle comunità italiane più numerose vede in testa:

-Regno Unito: 289.000 residenti
-Germania: 248.000 residenti
-Svizzera: 166.000 residenti
-Francia: 162.000 residenti Leggi anche articolo per trovare lavoro in Francia
-Spagna: 106.000 residenti

Considerando i flussi più recenti, Spagna (12,2%), Germania (11,5%) e Svizzera (11,0%) si confermano le mete primarie.
Nel 2025, in particolare, la maggior parte degli espatriati si è diretta verso l’Europa: il 75,5% del totale, pari a circa 82mila persone.
In particolare, 68mila trasferimenti hanno come destinazione un Paese dell’Unione Europea.

Le mete del 2025

Le principali destinazioni nel 2025 sono state:

-Spagna e Germania: circa 13mila espatri ciascuna
-Svizzera: 12mila
-Regno Unito: 11mila
-Francia: 9mila

Questi cinque Paesi accolgono il 53,3% degli italiani espatriati. Fuori dal continente europeo spiccano le presenze negli Stati Uniti (83.000) e in Brasile (80.000), affiancate dalle attrattive professionali di Canada, Argentina e Australia.
Tra le destinazioni extraeuropee emergono gli Stati Uniti (5,7% degli espatri) e il Brasile (2,9%), quest’ultimo in forte calo per effetto della revisione sulla cittadinanza.

Leggi anche articolo pe trovare lavoro in Brasile

Il divario territoriale: lo spopolamento del Mezzogiorno

L’impatto sul territorio nazionale resta fortemente asimmetrico. Le regioni del Mezzogiorno coprono il 45% totale degli iscritti AIRE. La Sicilia è la prima regione per numero di espatriati (844.000), seguita da Lombardia (690.000) e Veneto (614.000).

Nel 2025, circa 56mila italiani espatriati provengono dal Nord, 19mila dal Centro e 34mila dal Mezzogiorno. Le regioni con il maggior numero di partenze sono:

-Lombardia: 22mila partenze (19,8% del totale)
-Veneto: 11mila (10,1%)
-Sicilia: 9mila (8,0%)
-Piemonte e Toscana: circa 8mila ciascuna (7,4%)

Da dove partono e dove rientrano

I rimpatri si dirigono per il 47,8% verso il Nord, per il 20,0% verso il Centro e per il 32,2% verso il Mezzogiorno. La Lombardia è la principale destinazione dei rientri (18,4%), seguita da Sicilia (10,1%), Lazio (8,7%) e Piemonte (8,4%).

Tra il 2019 e il 2025 il solo Sud ha perso 150mila laureati under 35, accentuando il rischio di spopolamento e impoverimento delle aree interne. Un dato che pesa come un macigno sul futuro del Mezzogiorno.

L’età media di chi parte e di chi torna

L’età media degli italiani espatriati nel 2025 è di 34 anni, mentre quella dei rimpatriati è più alta: 36,8 anni. Oltre un terzo degli espatri (36,2%) riguarda persone tra i 25 e i 34 anni, il 13,2% individui di 18-24 anni.

Tra i rimpatri, la quota più elevata riguarda ancora i 25-34enni (24,0%), seguiti dai 35-49enni (23,2%). Il peso delle persone di almeno 50 anni è pari al 26,0% dei rimpatri, contro il 16,5% degli espatri.

La controtendenza dei rimpatri: cresce del 32,9% il rientro dei giovani dall’estero

Parallelamente alle partenze, i dati più recenti mostrano un fenomeno di mobilità circolare finora poco esplorato. Cresce il numero dei giovani italiani che, dopo un’esperienza all’estero, decidono di tornare nel Paese.
Tra il 2021 e il 2025 sono stati oltre 129mila i rientri degli italiani tra 18 e 39 anni, in aumento del 32,9% rispetto al quinquennio precedente, contro una crescita degli espatri del 2,1%.

A fotografare il fenomeno è un’analisi più approfondita, dalla quale emerge anche un cambiamento nelle motivazioni della mobilità: a spingere verso il ritorno sono soprattutto ragioni familiari e personali, mentre lavoro e carriera rappresentano solo una parte di una scelta sempre più legata alla qualità della vita.

La mobilità internazionale dei giovani italiani non si esaurisce nella “fuga” verso l’estero.
Accanto alle partenze sta infatti acquistando consistenza un movimento nella direzione opposta: quello di chi, dopo un periodo trascorso fuori dall’Italia per studio, formazione o lavoro, decide di rientrare.

A mettere a fuoco dimensioni e caratteristiche del fenomeno è l’analisi “Il rientro dei giovani dall’estero: numeri e tendenze”.. I dati mostrano una crescita significativa dei flussi di ritorno. Nel quinquennio 2021-2025 sono stati 129.362 i giovani italiani tra 18 e 39 anni che hanno trasferito la propria residenza dall’estero in Italia, contro i 97.353 del periodo 2016-2020. L’incremento è del 32,9%, mentre nello stesso confronto gli espatri sono aumentati soltanto del 2,1%.

Nel periodo 2011-2015 si contavano 26 rientri ogni 100 trasferimenti all’estero; nel quinquennio 2016-2020 il rapporto era salito a 31, per arrivare a 40 rientri ogni 100 espatri nel 2021-2025. Non si tratta ancora di un riequilibrio dei flussi, avverte lo studio, ma di un segnale della crescente rilevanza della mobilità di ritorno. Nel solo 2025 i rimpatri sono aumentati del 3,7%, passando da 23.387 a 24.264.

Il profilo di chi rientra

Il profilo di chi rientra è quello di un giovane che ha già trascorso una parte significativa del proprio percorso formativo o professionale fuori dal Paese. L’età media è di 29,6 anni e la fascia più rappresentata è quella tra 30 e 34 anni, con il 29,4% dei rientri, seguita dai 25-29enni con il 26,4%.

La geografia dei ritorni riflette in buona misura quella dell’emigrazione italiana. Il 66,4% proviene dall’Europa e Regno Unito e Germania, rispettivamente con il 16,4% e il 15,1%, rappresentano insieme quasi un terzo dei rientri registrati tra il 2021 e il 2025. Una volta tornati, circa la metà dei giovani si stabilisce nel Nord: la Lombardia assorbe da sola il 19,8% dei flussi e Milano l’8,7% del totale nazionale. Ma anche il Mezzogiorno intercetta una quota rilevante, pari al 31,7%, con la Sicilia che da sola raggiunge il 9,2%.

Perché si torna: le motivazioni

L’indagine condotta nel 2025 evidenzia come la decisione di tornare vada ben oltre la dimensione professionale.
Il 67,7% dei giovani rientrati indica tra le ragioni motivi familiari e personali; il 32,4% la nostalgia dell’Italia, mentre incentivi fiscali e qualità della vita sono indicati entrambi dal 23,5%.
Solo il 20,6% segnala tra le motivazioni un’interessante opportunità lavorativa in Italia.

Il lavoro, del resto, non costituisce necessariamente una condizione preliminare al rientro.
Meno della metà, il 48,5%, torna disponendo già di un’occupazione, mentre il 37,1% trova lavoro soltanto dopo essere rientrato. Per una parte dei giovani, dunque, la scelta di dove vivere sembra precedere quella relativa a dove e come lavorare.

Leggi anche come trovare lavoro con vitto e alloggio all’estero nel turismo

Una tendenza confermata anche dal grado di soddisfazione successivo al ritorno.
Il 71,4% si dichiara più soddisfatto della propria situazione personale in Italia, mentre la valutazione sul lavoro è più articolata: il 53,5% considera la propria situazione professionale uguale o migliore rispetto a quella sperimentata all’estero e il 46,4% la giudica peggiore.
Conciliazione vita-lavoro, clima aziendale e tutele sono gli aspetti valutati più favorevolmente; retribuzioni, opportunità di crescita e facilità di inserimento occupazionale restano invece i punti sui quali l’esperienza all’estero conserva un vantaggio.

Dall’analisi del Centro Studi emergono dinamiche chiave sul profilo e sulle motivazioni del rientro:

-Incentivi e qualità della vita batterebbero la carriera: il 67,7% di chi torna dichiara di farlo per motivi personali o familiari, il 32,4% per nostalgia e il 23,5% per la combinazione tra qualità della vita e incentivi fiscali (il c.d. Rientro dei Cervelli). Solamente il 20,6% indica come causa scatenante un’offerta lavorativa concreta ricevuta dall’Italia.
-Inserimento occupazionale in differita: meno della metà dei giovani (48,5%) torna in Italia avendo già un contratto firmato; il 37,1% trova lavoro soltanto a rimpatrio avvenuto.
-Il gap retributivo resta aperto: sebbene il 71,4% si definisca più soddisfatto della propria dimensione personale in Italia, sul fronte professionale il 46,4% giudica la propria posizione lavorativa peggiore rispetto a quella lasciata all’estero, soffrendo il divario in termini di stipendi, opportunità di crescita e meritocrazia aziendale.

Perché gli italiani scelgono il lavoro all’estero?

Le motivazioni sono molteplici e spesso si intrecciano:

-Migliori opportunità economiche: stipendi più alti e potere d’acquisto maggiore.
-Crescita professionale: possibilità di lavorare in contesti internazionali e sviluppare competenze avanzate.
-Qualità della vita: servizi più efficienti, maggiore equilibrio tra lavoro e vita privata.
-Fiducia nel futuro: percezione di un sistema Paese più stabile e meritocratico.

Il Rapporto CNEL “Giovani expat. Come farli tornare” ha intervistato 1.803 giovani expat italiani tra i 18 e i 34 anni: il 93% del campione è laureato. Le cause principali della partenza sono:

-Retribuzioni basse rispetto al costo della vita (82,1%)
-Ridotta fiducia nel futuro del Paese e nelle istituzioni (46,4%)
-Scarse opportunità di lavoro (35,7%)

Il 75% delle imprese italiane dichiara di aver adottato strategie di attraction, retention ed engagement basate su formazione continua, lavoro flessibile e percorsi di carriera. Tuttavia, queste misure non sembrano ancora sufficienti a invertire la tendenza.

Una mobilità meno lineare

Ne emerge una mobilità giovanile meno lineare rispetto alla tradizionale contrapposizione tra chi “resta” e chi “fugge”. Partire può rappresentare una fase di un percorso destinato a proseguire nuovamente in Italia.

La sfida diventa allora non soltanto favorire il ritorno, ma creare le condizioni perché sia duraturo, valorizzando sul mercato del lavoro italiano competenze ed esperienze maturate all’estero e rendendo compatibili opportunità professionali, crescita, reddito e quella qualità della vita che appare sempre più determinante nelle scelte delle nuove generazioni.

Senza interventi strutturali capaci di intervenire su retribuzioni, politiche di carriera e valorizzazione del merito, l’espatrio continuerà a rappresentare per molti giovani la via principale per la propria crescita professionale. E il conto, per il Paese, continuerà a salire.

Fonti: Rapporto ISTAT “Gli italiani residenti all’estero – Anno 2025”; analisi Fondazione Studi Consulenti del Lavoro “Il rientro dei giovani dall’estero: numeri e tendenze”; studio TEHA Group “Comprendere e contrastare il fenomeno della perdita dei talenti: la Roadmap per l’Italia”; Rapporto CNEL “Giovani expat. Come farli tornare”; dati AIRE.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *