Donne georgiane le amazzoni del Caucaso

Donne georgiane del Caucaso: la verità dimenticata sulle Amazzoni di Colchide

Donne georgiane del Caucaso: un patrimonio di forza e resistenza

Quando pensiamo alle Amazzoni, la nostra mente corre subito alle mitologie greche o alle foreste pluviali del Sud America. Tuttavia, e se vi dicessi che il vero regno di guerriere più affascinante e controverso della storia antica si trovava proprio nel Caucaso, nell’odierna Georgia? Inoltre, oggi il mondo occidentale lotta giustamente contro femminicidio, violenza domestica e molestie sul lavoro. Eppure, paradossalmente, abbiamo relegato ai margini della memoria collettiva una delle società più straordinarie e avanzate per il ruolo delle donne: quella delle Amordzali della Colchide.

Da appassionato di culture caucasiche, ho sempre trovato incredibile come le nostre fonti classiche abbiano volutamente distorto – o rimosso – l’esistenza di queste donne. Perciò, non è fantasia. È storia tradita.

Chi erano le Amordzali? Molto più che semplici “Amazzoni”

Partiamo da un nome che probabilmente non avete mai sentito: Amordzali. Letteralmente significa “nuora vana” o “sposa vana” nell’antico idioma colchico. Di conseguenza, non lasciatevi ingannare dall’apparente svalutazione: si trattava di donne che vivevano in comunità autonome e chiuse, nel territorio della Colchide (l’attuale Georgia occidentale, la terra del vello d’oro).

Cosa vuol dire “nuora vana”? Il motivo è spiazzante per la nostra mentalità patriarcale. Ad esempio: un uomo che desiderava un erede doveva recarsi nella città delle Amordzali, superare una selezione fisica severa (altezza, peso, salute) e ottenere il consenso della capo comunità. Solo allora poteva avere un rapporto con una di loro.

Se nasceva un maschio, veniva affidato al padre. Se nasceva una femmina, restava con la madre nella città delle Amordzali. Quella donna non avrebbe mai potuto diventare moglie dell’uomo: da qui “nuora vana”, una madre che non avrebbe mai avuto un ruolo familiare tradizionale. Infatti, una definizione che i maschi dell’epoca usarono per sminuire un modello sociale che, in realtà, era potentissimo.

La voce di chi ha lottato: le donne georgiane parlano

Prima di continuare con il mito delle guerriere, fermiamoci un attimo ad ascoltare le donne vere di questa terra.
Perché la Georgia non è solo leggenda. È anche una delle nazioni che, nel 1919, concesse per prima al mondo il voto alle donne. Cinque donne entrarono in parlamento.
Inoltre, loro parlavano. E come parlavano.

❝ “Le donne georgiane non hanno mai smesso di rivelare, se non superiori, almeno pari capacità degli uomini in ogni campo. L’assemblea delle società culturali, però, non si dimostra abbastanza colta da riservare un posto dignitoso a una donna georgiana, che i nostri antenati apprezzavano molto più dei nostri contemporanei. Gli uomini del XX secolo dovrebbero vergognarsi, ricordando quelli del XII secolo, se ancora hanno un senso della vergogna.” ❞

— Dominika “Gandegili” Eristavi, 1917

Così scriveva Dominika “Gandegili” Eristavi nel 1917. E infatti, aveva ragione: nel XII secolo, la Georgia aveva dato al mondo la regina Tamar, chiamata “Re dei Re”, una donna che guidava eserciti e dettava legge a patriarchi e sultani. Eppure, otto secoli dopo, le donne dovevano ancora elemosinare rispetto.

❝ “Fin dal primo uomo, ogni maschio ha accusato la donna, ha riposto su di lei ogni colpa e ha diligentemente cercato di sottomettere la sua compagna di vita… L’uomo ha allargato i propri orizzonti e, per schiavizzare completamente la donna, l’ha persuasa che senza di lui morirebbe di fame.” ❞

— Barbare Eristavi-Jorjadze, 1893

Questa è Barbare Eristavi-Jorjadze nel lontano 1893. Leggetela due volte. Sembra scritta ieri, vero? Dunque, sono parole di una donna che, quando le scrisse, non poteva votare, non poteva possedere terre senza un uomo, non poteva scegliere il proprio destino.

La testimonianza scomoda degli storici antichi sulle donne georgiane le amazzoni del Caucaso

Non siamo di fronte a una leggenda tramandata da viaggiatori improvvisati. Anzi, le fonti sono solide e spesso censurate. Teofane, partecipante alla campagna di Pompeo nel Caucaso, descrive nei dettagli che ogni primavera le Amordzali salivano sui monti dove pascolavano i pastori. Se una donna sceglieva un pastore, concepiva da lui. I parti avvenivano in ottobre-novembre. Solo i bambini che sopravvivevano all’inverno venivano considerati forti guerrieri. Inoltre, se il padre rifiutava il figlio maschio, questo veniva ucciso o dato ad altri.

Arriano nella sua Anabasi di Alessandro scrive che il re Farsmanes (probabilmente un re iberico, antenato dei georgiani) propose ad Alessandro Magno di guidarlo fino al popolo delle donne amazzoni colche.
E qui arriva il dettaglio incredibile.
Per esempio, secondo alcune fonti, la regina delle Amordzali chiese ad Alessandro di far accoppiare i suoi soldati con le sue guerriere, per generare figli più forti. Alessandro acconsentì.
Ma una mattina le donne erano sparite. La versione ufficiale? “Se ne sono andate in silenzio”.
Quella più probabile? L’esercito di Alessandro le sterminò per fare un favore a Farsmanes.

Il silenzio delle donne, la forza che fermava le guerre

Ma c’è un’altra Georgia, quella dei villaggi di montagna, dove le donne non avevano bisogno di spade per essere rispettate. Ascoltate cosa scriveva un viaggiatore nel 1919, descrivendo usanze millenarie:

❝ “Nella cerchia familiare eravamo onorate, libere ed eravamo le guide. Dopo la morte del marito, a dettare legge era la madre: il figlio era solo un agente esecutore della sua volontà… I georgiani, quando litigavano tra loro, la donna gettava il suo copricapo (mandili) in mezzo a loro e le armi sguainate tornavano nei foderi. Questa non era solo una legge non scritta, ma è ancora oggi in pieno vigore tra i montanari georgiani.” ❞
Immaginate la scena. Uomini pronti a uccidersi tra loro. Armi sguainate. Sangue negli occhi.
E una donna si fa avanti, si toglie il velo dalla testa, lo getta per terra tra i due.
E loro si fermano.
Per questo motivo, la parola di una madre, di una sorella, di una sposa, vale più di qualsiasi giuramento.
Questa è la Georgia che le vostre guide turistiche non vi raccontano mai.

Medea, la prima dottoressa cancellata dalla storia

Avete presente Medea? La “strega” che uccide i figli per vendetta? Quella è una falsificazione greca. E lo scrivo senza mezzi termini. Infatti, nella versione reale, tramandata da fonti colche e poi distorto da Atene, fu Giasone a tradire Medea. E furono i soldati greci a uccidere i bambini, ordinato da Giasone, per cancellare ogni traccia della moglie barbara.
Medea non era una assassina: era una sacerdotessa e guaritrice. Il suo nome è alla radice della parola medicina. La sua esecuzione simbolica dalla storia è l’esempio perfetto di come il mondo classico abbia rimosso il potere femminile caucasico.

Prove materiali: la tomba della regina guerriera

Finora abbiamo parlato di testi. Tuttavia, la svolta è archeologica.
Nel 1927, nell’attuale quartiere Avchala di Tbilisi, venne scoperta una tomba eccezionale: i resti di quella che si ritiene essere una regina delle Amordzali, sepolta in posizione seduta, circondata da armi da guerra. Tra queste, una spada di bronzo a otto lame che ha lasciato perplessi gli studiosi per decenni.

Oggi quei reperti sono al Museo di Stato della Georgia. Potete andarli a vedere. Inoltre, quando vi troverete davanti a quella spada, pensate alla mano che l’ha impugnata. Pensate agli occhi di una donna che ha comandato, combattuto, scelto. Pensate a tutte le storie che non vi hanno mai raccontato.

Un’eco che arriva fino al Medioevo

Chi pensa che le Amordzali siano scomparse nell’antichità sbaglia. Ad esempio, nel 1187, il ricercatore Grigol Feradze trovò negli archivi reali di Gerusalemme lettere che menzionavano ancora “il paese delle donne” e il fatto che i georgiani provenivano dalla “terra di Kalta”. Sempre nel Medioevo, il missionario italiano Angelo Lambertin descrisse tre tribù di Amordzali nel Caucaso: guerriere imbattibili, con una caratteristica che riconduce direttamente alle amazzoni classiche: l’assenza del seno destro, per poter tendere l’arco senza ostacoli.

Nel 1843, lo svizzero Federik Dubois de Montperreux (medaglia d’oro della Società Geografica Francese) scrisse a un amico: “Ho visto le Amordzali nel Caucaso. Esistono davvero”.

E le donne georgiane oggi? Un’eredità complessa

Oggi la Georgia è un paese diviso tra memoria matriarcale e realtà patriarcale. Dopo il crollo dell’URSS, le donne georgiane si sono trovate a fare i conti con disoccupazione, instabilità economica e un ritorno a modelli tradizionali.

❝ “Non ci ingannino le loro promesse orali… Il tempo verrà in cui non avranno più bisogno del nostro aiuto e riconosceranno di nuovo la cucina come l’unica attività femminile… Donne, non dimenticate che essere ben nutriti non è sufficiente, esiste anche una vita spirituale che ci manca.” ❞

— Mariam Garikuli, 1917

Mariam aveva capito tutto, un secolo fa. Il pane è importante, certo. Ma l’anima? L’anima ha fame di qualcos’altro: rispetto, ascolto, memoria.

Per concludere, oggi la Costituzione georgiana (art. 14) garantisce l’uguaglianza formale. Tuttavia, la Chiesa ortodossa georgiana non ammette donne sacerdoti, e la divisione dei ruoli domestici resta sbilanciata. Eppure, simbolo nazionale è Kartlis Deda – la “Madre della Georgia” – che sulla collina di Tbilisi tiene nella sinistra una coppa di vino per gli amici e nella destra una spada per i nemici. Non vi ricorda qualcosa?

Perché dovrebbe interessarci tutto questo?

Per un motivo molto semplice: l’Europa ha rimosso dalla sua memoria le culture matrifocali del Caucaso per costruire un’idea di civiltà basata sul modello greco-romano maschile.

❝ “Ogni persona ragionevole rimarrà sconvolta nel vedere gli amministratori della nostra scuola per nobili compilare l’elenco dei bambini bisognosi… Donne, non è meglio per voi seguire l’esempio delle nobildonne di altre nazioni e dedicare alla beneficenza un centesimo del vostro reddito?” ❞

— Ekaterine Gabashvili, 1898

Non un centesimo. Ma un minuto del vostro tempo. Per ricordare. Per raccontare. Per non far morire di nuovo queste donne.

Ogni volta che sentite parlare di “amazzoni” come mito esotico, ricordatevi che a Colchide – sulla costa del Mar Nero, a poche ore dall’Europa – quelle donne hanno combattuto, governato e scelto da sole la propria discendenza per secoli. Non è una favola. È una verità che la storia ufficiale ha tentato di seppellire con la spada a otto lame.


Approfondimento consigliato: Cercate i testi di Konstantine Gamsakhurdia e visitate il Museo di Stato della Georgia a Tbilisi. La regina guerriera vi aspetta ancora seduta, con la sua arma in pugno.

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